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Ceretto Aziende Vitivinicole
Vazzola (TV)
La cantina Bonotto delle Tezze è una realtà vitivinicola profondamente radicata nella storia e nel paesaggio tra le Prealpi Trevigiane e la riva sinistra del Piave. Nel borgo di Tezze, la famiglia Bonotto coltiva la vite da oltre sei secoli, tramandando per più di venti generazioni un patrimonio di conoscenze, pratiche agricole e valori legati alla cura del territorio. Questa eredità si riflette non solo nella produzione di vini, ma anche nella vocazione della cantina a essere spazio di cultura e di dialogo con l’arte contemporanea attraverso il progetto Officina Malanotte.
La cantina Bonotto delle Tezze è una realtà vitivinicola profondamente radicata nella storia e nel paesaggio tra le Prealpi Trevigiane e la riva sinistra del Piave. Nel borgo di Tezze, la famiglia Bonotto coltiva la vite da oltre sei secoli, tramandando per più di venti generazioni un patrimonio di conoscenze, pratiche agricole e valori legati alla cura del territorio. Questa eredità si riflette non solo nella produzione di vini, ma anche nella vocazione della cantina a essere spazio di cultura e di dialogo con l’arte contemporanea attraverso il progetto Officina Malanotte.
La produzione di Benotto delle Tezze si distingue per il Prosecco Superiore DOCG proveniente dalle colline di Collalbrigo (Conegliano), per il Pinot Grigio e altre varietà a bacca bianca e nera coltivate nei trenta ettari di Busche, oltre che per vitigni da invecchiamento valorizzati dalle condizioni pedoclimatiche di Romanziol, ideali per le uve rosse.
Presso il borgo di Tezze di Piave, la cantina storica è costituita da una barchessa a due piani: l’antico granaio e allevamento dei bachi da seta è divenuto il fruttaio per l’appassimento delle uve, mentre al piano terra riposano i vecchi tini di affinamento. Accanto, sorge la cantina moderna, progettata dall’architetto Toni Follina, pensata per valorizzare al meglio la diversità dei terreni e delle uve coltivate.
Dal 2022, la cantina Bonotto delle Tezze promuove Officina Malanotte a cura di Daniele Capra, un progetto di residenza artistica nato per intrecciare la tradizione vitivinicola del territorio con i linguaggi dell’arte contemporanea. Inizialmente, la residenza ha avuto luogo in un capannone industriale edificato nel 1972, ex officina meccanica per macchine agricole, rimasta per anni in disuso: un luogo emblematico della storia economica del Veneto, riattivato come spazio creativo. Negli anni successivi, il progetto si è esteso agli spazi affacciati sul cortivo cinquecentesco della tenuta, cuore pulsante della vita aziendale: stalle, granai e ambienti rurali vengono trasformati in atelier temporanei e luoghi di incontro, in un continuo dialogo tra memoria storica e pratiche artistiche contemporanee. Durante la residenza, gli artisti/e vivono e lavorano a stretto contatto con la famiglia Bonotto, il paesaggio agricolo e la comunità locale, trasformando il territorio in un laboratorio diffuso. Come sottolinea Antonio Bonotto, titolare insieme alla moglie Vittoria, Officina Malanotte è oggi parte integrante della vita aziendale: un motore culturale che anima la tenuta tutto l’anno con spettacoli, concerti, presentazioni e mostre, restituendo alla comunità un valore condiviso. Così, la plurisecolare storia vitivinicola della famiglia Bonotto si apre a nuove narrazioni, nelle quali vite, vino e gesto artistico si fondono in una forma rinnovata di patrimonio culturale.
La prima edizione di Officina Malanotte del 2022 ha visto la partecipazione di cinque artisti/e italiani che, per tre settimane, hanno trasformato l’ex officina meccanica di Tezze di Piave in un luogo di ricerca e produzione. L’edificio, risalente al periodo del miracolo economico e ancora popolato da trattori e macchinari agricoli, si è rivelato un dispositivo capace di attivare nuove narrazioni, trasformando i segni della civiltà produttiva in stimoli per la creazione artistica.
Le opere sono poi state esposte in una mostra collettiva (11 giugno – 10 luglio 2022) che ha intrecciato poetiche individuali con i temi della memoria industriale e del paesaggio rurale. Nel lavoro di Thomas Braida, l’immaginario meccanico dell’officina si è tradotto in dipinti in cui i trattori e i ricambi agricoli convivono con nature morte di fiori e frutta, intrecciandosi a visioni più drammatiche, come la raffigurazione dell’acciaieria Azovstal di Mariupol, eco della guerra in Ucraina.
Beatrice Meoni ha ricombinato pittoricamente gli stimoli visivi derivanti dal magazzino, percepito dall’artista come una sorta di museo paleontologico postmoderno.
I paesaggi dipinti di Nazzarena Poli Maramotti hanno preso avvio da una stampa anonima recuperata negli uffici e poi resi in pittura attraverso vorticose cromie in cui la figurazione sembra quasi liquefarsi.
Il polittico a olio e ricamo di Chris Rocchegiani è nato dalla suggestione di un violento evento atmosferico – una grandinata che ha distrutto un vigneto – intrecciata alla religiosità popolare, come tentativo di mediazione con la forza della natura.
Alessandro Roma, infine, ha tratto ispirazione da fiori ornamentali e vasi di ceramica presenti negli uffici che sono stati riportati sui dipinti e in un libro d’artista, in un continuo sovrapporsi di pennellate vitali e vibranti, in cui ha trovato posto anche la grande quercia secolare della tenuta Bonotto.
La seconda edizione di Officina Malanotte del 2023 ha consolidato la vocazione del progetto come laboratorio di sperimentazione artistica e di dialogo tra arte, cultura e territorio. La residenza ha coinvolto quattro artisti che hanno trasformato gli spazi affacciati sul cortivo cinquecentesco della cantina nei propri studi temporanei. Il cortile, luogo di incontro e convivialità, ha permesso agli artisti di confrontarsi non solo con la storia e l’architettura dell’azienda, ma anche con la comunità locale, creando un dialogo fecondo tra spazi produttivi, pratiche artistiche e cultura del vino. La mostra finale (10 giugno – 9 luglio 2023), ha restituito al pubblico il frutto di questa esperienza immersiva, evidenziando il legame tra la ricerca contemporanea e il contesto storico e paesaggistico del territorio trevigiano.
Jingge Dong ha combinato nei suoi dipinti su tela elementi della pittura classica orientale con motivi astratti, integrando dettagli di uomini, animali, oggetti e porzioni di paesaggio in composizioni fluide e visionarie. Con l’opera Made in Italy, Dong ha approfondito una riflessione socio-politica sulle realtà produttive delle fabbriche tessili italiane, affrontando le condizioni di sfruttamento dei lavoratori immigrati.
Laura Pugno ha indagato la transitorietà e la metamorfosi della materia attraverso ritratti realizzati su blocchi di ghiaccio posizionati sulla carta. Il pigmento mescolato all’acqua dello scioglimento ha generato una doppia traccia: una testimonianza del soggetto e una residua impronta della sua esistenza, in cui il processo di liquefazione diviene parte integrante dell’opera.
Aleksander Velišček ha elaborato la serie di tele Trempée de lumière, ispirata a celebri ritratti di Rembrandt. Ridipingendo i soggetti fuori scala e sovrapponendo un riflesso bluastro, l’artista ha simulato l’effetto di accecamento tipico della visione digitale, sottolineando sia il fascino seduttivo della riproduzione elettronica, sia i suoi limiti legati alla fissità e all’immaterialità dell’immagine.
Infine, Lucia Veronesi ha realizzato imponenti sculture tessili assemblando stoffe di recupero, lenzuola, tute da lavoro e materiali tecnici provenienti dall’azienda. Le opere, tridimensionali e percorribili, trasformano lo spazio in un’esperienza tattile e visiva, in cui trasparenze, contrasti di luce e di cromie generano un effetto di pittura tridimensionale, sospeso tra narrazione, materia e percezione sensoriale.
L’edizione del 2024, oltre alla residenza e ai progetti espositivi, ha visto anche la realizzazione di duecento bottiglie caratterizzate da etichette speciali che hanno accompagnato momenti di convivialità e scambio culturale tra artisti, curatori e visitatori.
La mostra finale (8 giugno – 21 luglio 2024) ha restituito al pubblico le opere realizzate durante la residenza, distribuite in diversi luoghi della tenuta, instaurando un dialogo tra spazio, storia e creatività contemporanea. Sulla scala della cantina, Giorgia Severi ha presentato un frottage da vitigno eseguito su un vecchio lenzuolo della famiglia Bonotto, tinto con i residui dei lavaggi delle cisterne del vino rosso, e un secondo frottage realizzato sulla superficie di una quercia secolare, esposto tra la cantina storica e quella moderna, trasformando materiali storici e naturali in strumenti poetici di registrazione del tempo.
I dipinti di Paolo Pretolani ed Eleonora Rinaldi hanno trovato collocazione rispettivamente nell’ex stalla e nel vecchio negozio del materassaio, luoghi di transizione tra la corte interna e la strada principale, in cui gli artisti hanno sviluppato le proprie ricerche confrontandosi con la fisicità e la memoria dei luoghi. Le tele di Pretolani hanno combinato soggetti naturali, come uccelli e elementi celesti, a manufatti antropici e figure di fantasia, tra cui dischi volanti, creando un universo poetico sospeso tra realtà e immaginazione. Le opere di Rinaldi hanno affrontato invece il tema del doppio, rappresentato sia attraverso due figure in relazione tra loro, sia in una ragazza che si scruta nello specchio, presentata in due versioni – un disegno su tela dipinta e un olio – entrambe immerse in un’atmosfera di enigmatico mistero.
Fabrizio Prevedello ha realizzato sculture “mobili” ispirate alla tradizione scarpiana, combinando materiali architettonici, come ferro e cemento, con quelli tipici della scultura, quali gesso e marmo. Le opere, Senza titolo (286) e Senza titolo (154), caratterizzate da colature di cemento aggiunte a ogni spostamento, hanno assunto un carattere organico nel tempo e in continua trasformazione. Il loro dialogo dinamico con gli spazi della tenuta ha enfatizzato la relazione tra materia, movimento e contesto, facendo emergere la capacità dell’arte contemporanea di reinterpretare la memoria storica dei luoghi.
Nel 2025, Officina Malanotte ha visto la partecipazione di Romina Bassu che ha indagato le modalità di rappresentazione del femminile e gli stereotipi di genere, realizzando dipinti in cui figure femminili essenziali e teatrali emergono su sfondi neutri, denunciando sottilmente la standardizzazione dei comportamenti e l’assoggettamento allo sguardo maschile.
Andrea Kvas ha ampliato i confini della pittura attraverso materiali e tecniche sperimentali, creando opere tridimensionali e multisensoriali in cui pigmenti, resine e supporti eterogenei dialogano tra metamorfosi e processo creativo.
Matteo Negri ha sviluppato sculture e installazioni in cui geometria, logica combinatoria e superficie diventano strumenti percettivi per superare la staticità dei volumi, mentre Pierluigi Scandiuzzi ha realizzato dipinti figurativi che reinterpretano oggetti quotidiani, elementi kitsch e frammenti autobiografici, generando un’ironia malinconica e pungente, che riflette sul disordine e sulla precarietà dell’esperienza contemporanea.

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